TAS si riconferma nella classifica IDC FinTech 2022
Pubblicata la classifica IDC FinTech Rankings che riporta i migliori fornitori tecnologici del settore finanziario a livello globale.
Pubblicata la classifica IDC FinTech Rankings che riporta i migliori fornitori tecnologici del settore finanziario a livello globale.
Per decenni il mainframe è stato il cuore pulsante dell'operatività bancaria, e in gran parte lo è ancora: gestisce i processi più critici del settore finanziario con livelli di affidabilità, sicurezza e capacità elaborativa che nessun'altra piattaforma ha mai davvero eguagliato.
Ma il contesto in cui questo cuore batte è cambiato radicalmente. Digitalizzazione, architetture cloud, servizi sempre disponibili e, negli ultimi tempi, l'intelligenza artificiale stanno riscrivendo il modo in cui le banche usano applicazioni e dati. In questo scenario il Mainframe Offloading è tornato al centro dell'agenda IT - non più come semplice spostamento di workload verso il cloud, ma come leva per rendere il patrimonio applicativo e informativo del mainframe finalmente accessibile, integrabile e capace di generare nuovo valore.
Le ragioni che spingono le banche a muoversi sono, come spesso accade, sia economiche che strategiche. Sul primo fronte pesano il costo dei MIPS, l'ottimizzazione delle risorse infrastrutturali e una complessità gestionale che negli anni si è solo accumulata. Sul secondo, contano fattori più profondi: la difficoltà crescente nel trovare competenze specialistiche sul mainframe, la pressione a rilasciare servizi digitali più rapidamente, l'esigenza di integrarsi con architetture cloud-native e la volontà di sfruttare il patrimonio informativo aziendale per analytics avanzate e progetti di intelligenza artificiale.
Il punto centrale non è quindi la sostituzione del mainframe, ma piuttosto la sua ridefinizione dentro un ecosistema tecnologico più aperto e flessibile.
È un approccio che porta a costruire architetture ibride, dove ogni piattaforma fa quello che sa fare meglio. Il risultato è un'infrastruttura più scalabile, in grado di accogliere nuove tecnologie senza mettere a rischio la continuità operativa.
L'aspetto più interessante di questa evoluzione riguarda il ruolo che l'offloading assume nel percorso di innovazione delle banche. I dati custoditi nel mainframe sono tra gli asset più preziosi di un istituto, eppure restano spesso difficilmente accessibili ai nuovi servizi digitali o alle piattaforme di analisi: un paradosso che molte banche conoscono bene.
Aprire queste informazioni verso ambienti più moderni significa poter finalmente costruire automazione intelligente dei processi, applicazioni basate su AI e agenti autonomi, analytics in tempo reale, data product condivisi tra le funzioni aziendali, servizi esposti tramite API verso canali digitali e partner. Visto da questa prospettiva, il Mainframe Offloading diventa un vero progetto di AI Readiness: prepara l'infrastruttura affinché dati e funzionalità possano alimentare le nuove piattaforme applicative, mantenendo, laddove è opportuno, la solidità del sistema core.
L'offloading non va trattato come un progetto tutto-o-niente. L'esperienza racconta l'esatto contrario: i percorsi che funzionano sono quelli progressivi, costruiti sulla realtà specifica di ogni banca: applicazioni sviluppate nell'arco di decenni, personalizzazioni stratificate, vincoli normativi, requisiti di continuità che rendono impensabile un modello standard.
Per questo si parte sempre da un assessment approfondito, che misuri benefici economici attesi, complessità progettuale, costi di reingegnerizzazione, impatti sulle performance, requisiti di sicurezza e compliance, priorità di business. Solo a valle di questa analisi si può disegnare un piano di evoluzione realmente sostenibile, che nella maggior parte dei casi si traduce in architetture ibride, con mainframe e nuove piattaforme che convivono per un periodo di duality, garantendo continuità di servizio e riducendo in modo significativo il rischio operativo.
Un progetto di questo tipo porta con sé anche criticità reali. L'ampliamento del perimetro tecnologico apre nuovi fronti di cybersecurity e governance dei dati, mentre normative come DORA, GDPR e PSD richiedono un controllo rigoroso lungo tutto il processo.
C'è poi un aspetto che si tende a sottovalutare: il fattore culturale. La trasformazione non è solo tecnologica, ma coinvolge competenze, processi e il modo in cui i team IT e di business collaborano tra loro. Affrontarla con un partner esperto è spesso ciò che fa la differenza tra un progetto che fatica a progredire e uno di successo che porta risultati importanti in tempi ragionevoli.
L'approccio di TAS tiene in considerazione questo aspetto. Non ci occupiamo solo della migrazione tecnologica ma accompagniamo le banche in un percorso di modernizzazione costruito sulle specificità di ciascun istituto.
Si parte da un assessment iniziale che permetta di valutare costi, benefici e priorità con chiarezza. Da lì, naturalmente a quattro mani con il Cliente, si definisce una strategia di progetto e di migrazione graduale, che prevede la coesistenza temporanea delle piattaforme e preserva continuità operativa e iso-funzionalità delle applicazioni.
Le soluzioni cloud-ready di TAS sono pensate per integrarsi con gli ambienti esistenti, permettendo di modernizzare l'ecosistema IT in modo progressivo, senza mai interrompere l'operatività quotidiana. In parallelo, TAS supporta le banche nell'apertura dei dati e delle funzionalità del mainframe verso architetture API, piattaforme cloud, analytics avanzati e iniziative di intelligenza artificiale, lavorando con l’obiettivo di trasformare un progetto infrastrutturale in una leva concreta di innovazione.
La vera sfida infatti è rendere accessibile il valore accumulato nei sistemi core in anni, spesso decenni, di attività, permettendo alla banca di sfruttarlo attraverso nuovi modelli operativi, servizi digitali e tecnologie emergenti.
Il Mainframe Offloading del 2026 è quindi sempre meno un progetto di migrazione infrastrutturale e sempre più un progetto di evoluzione del patrimonio applicativo e informativo della banca. È con questa prospettiva che accompagniamo i nostri clienti: preservare ciò che continua a generare valore, modernizzare ciò che limita l'innovazione e costruire un ecosistema tecnologico aperto, resiliente e pronto ad affrontare le sfide del futuro.
A cura di Nicola Mellini, Technical Sales Representative di TAS
"L’ articolo qui pubblicato costituisce un estratto della Lettera ASSIOM FOREX N. 50 di giugno 2026. La Lettera ASSIOM FOREX è una pubblicazione riservata ai soci dell’Associazione e disponibile in versione integrale esclusivamente attraverso l’area riservata del sito associativo."
Negli ultimi anni il mercato delle infrastrutture per digital asset dedicate alle istituzioni finanziarie si è evoluto rapidamente. Sono emersi operatori specializzati focalizzati su execution, smart routing, integrazione con custodian e accesso multi-venue. Parallelamente, il mercato europeo sta entrando in una nuova fase di maturità: MiCA, DORA, DLT Pilot Regime, autorizzazioni CASP ed evoluzioni legate a stablecoin e CBDC stanno progressivamente trasformando i digital asset da mercato sperimentale a componente potenzialmente strutturale dei Capital Market.
In questo scenario, la sfida per le banche non consiste semplicemente nell’accedere a nuovi strumenti, ma nel governarli all’interno dei processi esistenti, preservando continuità operativa, controllo del rischio e compliance. È su questo terreno che si colloca la value proposition di TAS: non costruire una filiera crypto separata, ma aiutare le banche a integrare asset digitali, infrastrutture DLT, sistemi tradizionali e processi di controllo in un unico modello operativo coerente.
Dal trading crypto all’integrazione del modello operativo
Molte piattaforme oggi presenti sul mercato nascono con un approccio prevalentemente “crypto-native”: il loro focus è abilitare accesso ai mercati digitali, execution, smart order routing, custody integration e automazione del lifecycle di trading.
Dal punto di vista delle banche europee, tuttavia, il tema centrale appare diverso: evitare che i digital asset portino all’introduzione di una nuova filiera operativa separata rispetto alle architetture Capital Market già esistenti.
La nostra visione parte da un assunto preciso: nel breve-medio termine i digital asset non rappresentano un ecosistema destinato a sostituire integralmente le infrastrutture attuali, ma un’estensione progressiva del modello operativo esistente della banca.
Ciò non significa sottovalutare il potenziale trasformativo delle infrastrutture DLT. Nel lungo termine, caratteristiche come programmability, atomic settlement e interoperabilità on-chain potrebbero introdurre cambiamenti profondi nei modelli operativi finanziari. Tuttavia, nella fase attuale, il modello prevalente per le banche europee appare ancora quello ibrido: integrazione progressiva tra sistemi legacy, DLT, infrastrutture di pagamento e processi di controllo esistenti.
L’evoluzione del mercato conferma questa impostazione. Sempre più operatori stanno infatti spostando l’attenzione:
La nostra proposta applicativa nasce dall’esperienza maturata nella gestione di piattaforme Capital Market mission-critical per banche e infrastrutture finanziarie.
L’obiettivo non è costruire un “crypto stack” parallelo, ma estendere la filiera tradizionale dei Capital Market, rendendola capace di dialogare anche con digital asset, token, stablecoin, wallet e infrastrutture DLT.
In questa prospettiva:
Il punto centrale non è quindi aggiungere una nuova filiera applicativa, ma costruire un modello operativo capace di integrare asset tradizionali e digitali lungo l’intero ciclo di vita dell’operazione.
Nel mercato istituzionale dei digital asset, la custody tende progressivamente a rappresentare il principale punto di controllo operativo, regolamentare e commerciale dell’ecosistema.
La capacità di governare:
sta diventando una capability strategica tanto quanto l’execution.
Per questo motivo, la custody, che assume un ruolo centrale, non può essere considerata un layer separato o puramente infrastrutturale. Essa deve invece integrarsi nativamente con treasury, liquidity management, settlement, collateral management e controlli operativi
Nel mercato dei digital asset il problema non è soltanto “eseguire ordini”. La complessità emerge quando occorre:
Per questo la componente centrale della nostra architettura è il layer di Integration & Control.
Questa componente orchestra workflow distribuiti, integra sistemi legacy, coordina flussi finanziari e governa eventi ed eccezioni operative, evitando la creazione di silos tecnologici.
È questo livello che consente alla banca di adottare progressivamente i digital asset nel modello operativo della banca senza compromettere l’architettura esistente e senza perdere il controllo sui processi core.
Uno degli elementi più rilevanti del mercato digital asset è la crescente frammentazione della liquidità.
A differenza dei mercati tradizionali, la liquidità è distribuita tra:
Questo scenario rende sempre più rilevanti capability di:
La qualità dell’execution dipenderà sempre meno dalla semplice connessione a una venue e sempre più dalla capacità di orchestrare ecosistemi eterogenei e distribuiti.
Il mercato europeo sta evolvendo verso modelli sempre più regolamentati e integrati, ma il quadro normativo non può ancora essere considerato completamente stabilizzato.
MiCA rappresenta un passaggio fondamentale per l’emissione e la gestione di crypto-asset regolamentati, mentre DORA rafforza il framework di resilienza operativa digitale. Allo stesso tempo, il DLT Pilot Regime sta creando i primi spazi regolamentati per strumenti finanziari tokenizzati.
Tuttavia, il framework europeo resta ancora in evoluzione, soprattutto per:
In un contesto regolamentare ancora dinamico, la scelta architetturale diventa decisiva: servono piattaforme modulari, interoperabili e capaci di adattarsi all’evoluzione del mercato senza imporre sostituzioni radicali dei sistemi esistenti. Un posizionamento coerente con il mercato bancario europeo
In questo contesto, TAS si posiziona come technology vendor indipendente al servizio del modello operativo della banca:
Il valore economico del mercato tenderà inoltre a spostarsi progressivamente:
La vera sfida non è dunque creare una nuova piattaforma crypto, ma integrare digital asset, sistemi tradizionali, infrastrutture DLT e processi bancari in un unico modello operativo coerente, governabile e scalabile.
È qui che riteniamo si giocherà il vero vantaggio competitivo dei prossimi anni ed è qui che TAS intende portare valore: nella capacità di connettere mondi diversi senza duplicare architetture, preservando continuità operativa e abilitando l’evoluzione progressiva dei Capital Market verso nuovi modelli digitali.
In questo episodio di TAS Fintech Insights, David Mogini, Direttore della Business Unit Capital Markets di TAS, e Roberto Bruschi, Responsabile delle attività di pre-sales e del design dei prodotti di TAS, si intervistano a vicenda per approfondire le implicazioni tecniche e strategiche del passaggio al ciclo di regolamento T+1 che sta trasformando le fondamenta del post-trade.
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David Mogini: Roberto, spesso si parla del T+1 come di una semplice accelerazione. Ma cosa cambia davvero per chi opera ogni giorno sui mercati?
Roberto Bruschi: La sintesi più onesta è che il tempo smette di essere una risorsa e diventa la variabile mancante. Oggi, con il ciclo a T+2, le banche hanno ancora un margine di manovra: se emerge un errore, c'è tempo per intervenire manualmente a fine giornata o il mattino successivo. Con il T+1, questo "cuscinetto" sparisce. Ogni inefficienza operativa che prima veniva assorbita dal tempo ora diventa un rischio immediato di fallimento del regolamento, perché le finestre operative e i relativi cut-off diventano molto più stringenti.
David Mogini: Esatto. Passiamo da un modello reattivo, dove il problema emerge e poi lo si sistema, a un modello che deve essere necessariamente anticipatorio. Bisogna intercettare l'anomalia prima ancora che si manifesti nel regolamento. È un salto culturale: non si tratta solo di aggiornare un software, ma di ripensare il modo di gestire i flussi.
David Mogini: Entriamo nel concreto. Quali sono i "punti di rottura" più frequenti che il T+1 mette a nudo?
Roberto Bruschi: Un caso classico è il trade che appare perfetto dal punto di vista economico (prezzo, quantità e strumento coincidono tra le parti), ma che non è "settlement-ready". Magari le SSI (Standard Settlement Instructions) non sono allineate, il custodian è diverso o il conto titoli non è coerente. Sulle piattaforme di matching il trade risulta "ok", ma il regolamento fallirà comunque.
C'è poi il tema della liquidità, non solo di cassa ma di titoli. Potresti avere i titoli in portafoglio, ma se sono vincolati in operazioni di triparty, prestito o collateral management, non sono utilizzabili per regolare quel trade specifico. In T+1, scoprire questa indisponibilità al momento del regolamento significa arrivare già troppo tardi.
Roberto Bruschi: David, tu sottolinei spesso come le interdipendenze tra i vari dipartimenti bancari diventino critiche. Perché?
David Mogini: Perché un'operazione attraversa domini diversi: trading, middle office, back office e tesoreria. Ognuno ha i suoi sistemi, le sue logiche e, purtroppo, i suoi KPI. Il rischio è che ogni funzione ottimizzi il proprio "pezzetto" perdendo di vista il processo end-to-end. Con il T+1, un ritardo o un errore in un dominio si propaga istantaneamente agli altri, creando un effetto a catena che blocca la liquidità e impatta l'intero portafoglio, non solo il singolo trade. Le dipendenze non sono nuove, è la contrazione del tempo che le rende esplosive.
Roberto Bruschi: Di fronte a centinaia di operazioni e tempi così stretti, la gestione manuale sembra destinata al fallimento. Qual è la soluzione tecnologica?
David Mogini: Servono applicazioni capaci non solo di eseguire processi, ma anche di aiutare gli operatori a capire priorità, impatti e azioni correttive. Quello che oggi viene spesso definito Intelligent Applications. Non per sostituire l'uomo, ma per potenziarlo. L'obiettivo è ridurre drasticamente il tempo che l'operatore passa a cercare di capire perché c'è un problema, per lasciargli solo il compito di risolverlo. Serve una Control Tower che offra visibilità trasversale e che utilizzi l'IA su due livelli:
David Mogini: Roberto, concludiamo con una roadmap. Cosa deve fare una banca oggi per non farsi trovare impreparata nel 2027?
Roberto Bruschi: Direi che ci sono cinque pilastri fondamentali:
David Mogini: In fondo, il T+1 è solo una tappa intermedia. Quello che le banche costruiscono oggi per sopravvivere a questa scadenza è lo stesso investimento che le renderà pronte per il mercato di domani: un mondo a T0, integrato con DLT e digital asset, dove non ci sarà più alcun margine per il disallineamento. Essere pronti oggi significa trasformare una sfida normativa in un vantaggio competitivo netto.