T+1: Non è solo questione di tempo, è un cambio di paradigma operativo
In questo episodio di TAS Fintech Insights, David Mogini, Direttore della Business Unit Capital Markets di TAS, e Roberto Bruschi, Responsabile delle attività di pre-sales e del design dei prodotti di TAS, si intervistano a vicenda per approfondire le implicazioni tecniche e strategiche del passaggio al ciclo di regolamento T+1 che sta trasformando le fondamenta del post-trade.
—–
David Mogini: Roberto, spesso si parla del T+1 come di una semplice accelerazione. Ma cosa cambia davvero per chi opera ogni giorno sui mercati?
Roberto Bruschi: La sintesi più onesta è che il tempo smette di essere una risorsa e diventa la variabile mancante. Oggi, con il ciclo a T+2, le banche hanno ancora un margine di manovra: se emerge un errore, c’è tempo per intervenire manualmente a fine giornata o il mattino successivo. Con il T+1, questo “cuscinetto” sparisce. Ogni inefficienza operativa che prima veniva assorbita dal tempo ora diventa un rischio immediato di fallimento del regolamento, perché le finestre operative e i relativi cut-off diventano molto più stringenti.
David Mogini: Esatto. Passiamo da un modello reattivo, dove il problema emerge e poi lo si sistema, a un modello che deve essere necessariamente anticipatorio. Bisogna intercettare l’anomalia prima ancora che si manifesti nel regolamento. È un salto culturale: non si tratta solo di aggiornare un software, ma di ripensare il modo di gestire i flussi.
David Mogini: Entriamo nel concreto. Quali sono i “punti di rottura” più frequenti che il T+1 mette a nudo?
Roberto Bruschi: Un caso classico è il trade che appare perfetto dal punto di vista economico (prezzo, quantità e strumento coincidono tra le parti), ma che non è “settlement-ready”. Magari le SSI (Standard Settlement Instructions) non sono allineate, il custodian è diverso o il conto titoli non è coerente. Sulle piattaforme di matching il trade risulta “ok”, ma il regolamento fallirà comunque.
C’è poi il tema della liquidità, non solo di cassa ma di titoli. Potresti avere i titoli in portafoglio, ma se sono vincolati in operazioni di triparty, prestito o collateral management, non sono utilizzabili per regolare quel trade specifico. In T+1, scoprire questa indisponibilità al momento del regolamento significa arrivare già troppo tardi.
Roberto Bruschi: David, tu sottolinei spesso come le interdipendenze tra i vari dipartimenti bancari diventino critiche. Perché?
David Mogini: Perché un’operazione attraversa domini diversi: trading, middle office, back office e tesoreria. Ognuno ha i suoi sistemi, le sue logiche e, purtroppo, i suoi KPI. Il rischio è che ogni funzione ottimizzi il proprio “pezzetto” perdendo di vista il processo end-to-end. Con il T+1, un ritardo o un errore in un dominio si propaga istantaneamente agli altri, creando un effetto a catena che blocca la liquidità e impatta l’intero portafoglio, non solo il singolo trade. Le dipendenze non sono nuove, è la contrazione del tempo che le rende esplosive.
Roberto Bruschi: Di fronte a centinaia di operazioni e tempi così stretti, la gestione manuale sembra destinata al fallimento. Qual è la soluzione tecnologica?
David Mogini: Servono applicazioni capaci non solo di eseguire processi, ma anche di aiutare gli operatori a capire priorità, impatti e azioni correttive. Quello che oggi viene spesso definito Intelligent Applications. Non per sostituire l’uomo, ma per potenziarlo. L’obiettivo è ridurre drasticamente il tempo che l’operatore passa a cercare di capire perché c’è un problema, per lasciargli solo il compito di risolverlo. Serve una Control Tower che offra visibilità trasversale e che utilizzi l’IA su due livelli:
- Predittivo: identificare in anticipo i trade che probabilmente falliranno o le situazioni di liquidità a rischio.
- Prescrittivo: suggerire la causa probabile di un’eccezione e proporre l’azione correttiva più efficace, stabilendo le giuste priorità di intervento. Non tutte le eccezioni sono uguali: bisogna partire da quelle che bloccano i cut-off o hanno l’impatto economico maggiore.
David Mogini: Roberto, concludiamo con una roadmap. Cosa deve fare una banca oggi per non farsi trovare impreparata nel 2027?
Roberto Bruschi: Direi che ci sono cinque pilastri fondamentali:
- Testare subito: Iniziare i test ora, anche se con dati incompleti. Il 2026 deve servire a rendere solidi i sistemi interni, perché nel 2027 non sarà più sufficiente validare i singoli sistemi: sarà necessario dimostrare la capacità di interoperare lungo tutta la filiera; i test di mercato (market-wide testing) riguarderanno l’interoperabilità con controparti, custodian e piattaforme.
- Analisi End-to-End: Non guardare solo ai singoli moduli, ma alle dipendenze tra i processi.
- Shift Left del controllo: Anticipare il monitoraggio della qualità dei dati il più a monte possibile, in tempo reale.
- Proattività: Abbandonare la gestione reattiva delle eccezioni.
- Supporto decisionale: Investire in capacità di controllo che aiutino a gestire la complessità dei volumi in tempo reale.
David Mogini: In fondo, il T+1 è solo una tappa intermedia. Quello che le banche costruiscono oggi per sopravvivere a questa scadenza è lo stesso investimento che le renderà pronte per il mercato di domani: un mondo a T0, integrato con DLT e digital asset, dove non ci sarà più alcun margine per il disallineamento. Essere pronti oggi significa trasformare una sfida normativa in un vantaggio competitivo netto.